Parole che non bastano” di Daniela Magro è un libro che si suddivide in tre parti fondamentali: la storia della sua famiglia, la sua formazione personale, e le mille sfaccettature del suo essere Donna.

È un libro breve, che si può leggere in un pomeriggio, o su cui ci si può soffermare per mesi.

Un libro piacevole che, a prescindere da come si decide di leggerlo, lascia delle belle sensazioni: fa commuovere, fa sorridere, fa riflettere, fa ricordare. E, soprattutto, fa venir voglia di scrivere: perché tutti noi abbiamo una, mille, storie da raccontare.

Partiamo dall’inizio, dalla parte più “dura” del tuo libro: la lettera ai tuoi figli che è un po’ il “fil rouge” di tutto il libro.

Salve a tutti coloro che hanno letto o che si lasceranno incuriosire dalla lettura del mio libro. Come scrivo nelle prime pagine, sono una persona poco capace di esprimere a voce o con abbracci i miei sentimenti. Ho sempre preferito comunicare le mie emozioni in forma scritta, “regalando” lettere e bigliettini alle persone care. Quella lettera la scrissi tanti anni fa, quando temevo di non avere più tanto tempo da vivere. Sentii l’urgenza di dire con le parole scritte tutto l’amore che provavo, e provo ancora, verso i miei figli e mio marito. Da quell’esperienza e da quella lettera è nata l’idea di raccontarmi affinché loro potessero scoprire l’essenza del mio essere donna. Credo fermamente che i miei figli contengano tracce di me e ho ritenuto necessario svelarmi in modo che loro potessero comprendersi meglio.

C’è una frase che mi ha colpita molto: “Sono sempre stata convinta che la vita di ognuno di noi sia come un filo invisibile che, prima o poi, incontrerà altri fili, intrecciandosi ad essi per creare misteriose coincidenze”. Ti va di spiegarcela?

Io credo che ogni persona sia ciò che è, perché nella propria vita ha incontrato, e si è relazionata, con tante persone diverse. Di ognuna di queste rimane in noi una traccia indelebile. Non sempre ne siamo consapevoli, ma io, nel percorso di auto riflessione che ho sviluppato in questo libro, sono arrivata alla conclusione che, dopo ogni incontro, la mia vita si sia intrecciata indissolubilmente con quella dell’altro. Aprirsi all’incontro con l’altro significa riconoscerne la valenza formativa per lo sviluppo delle capacità empatiche, che ci possono rendere capaci di riconoscere il sentire dell’altro, favorendo un processo di accoglienza e di rispetto.

Qualcuno, recentemente, mi ha detto che portarsi dietro il passato è un po’ come portarsi perennemente dietro uno zaino pieno di sassi e che, ogni tanto, bisognerebbe lasciare andare qualche sasso pesante per poter proseguire più leggeri. Dal momento che la prima parte del tuo libro è intrisa dal passato (tuo e dei tuoi cari): quanto sei d’accordo con questa frase?

Ci sono ricordi ed eventi del passato che sono riuscita a lasciar andare. Non è sempre stato facile, specialmente se riguardavano momenti difficili e di sofferenza personale. Ma, con il tempo, ho imparato a ricordare senza più tormentarmi, e a perdonare me stessa e gli altri. Ritengo invece che ricordare con vividezza il proprio passato, soprattutto gli eventi che hanno caratterizzato la mia crescita umana e lo sviluppo del mio sentire e intendere la vita, sia stato fondamentale per comprendermi nel profondo. Come dico nel libro: “Ogni uomo e ogni donna è anche ciò che sono stati coloro che sono vissuti prima.”

Purtroppo devo chiedertelo, ma c’è un racconto che rientra sia nella tua storia di formazione che nell’essere donna. In “Come un Lampo nel Cielo d’Estate” parli di un abuso, una cosa che succede, purtroppo, alla maggior parte delle donne. Si capisce da come dici e non dici che non vuoi parlare dell’accaduto. C’è qualcosa invece che ti senti di dire alle donne che ci sono passate?

Grazie per la domanda. È proprio in questo racconto che, alla fine, le parole non bastano, non si trovano. Direi meglio, non servono. Ogni lettore potrà interpretare quell’ultima frase del racconto come vorrà: è una frase aperta, una mia scelta stilistica. A me interessava portare alla luce il fatto incontestabile che molte donne sono state, e sono, vittime di abusi e che quasi sempre non ne parlano perché è difficile trovare parole capaci di trasformare in racconto un’esperienza devastante per il corpo e per la mente. A tutte le donne che sono state vittime di abusi mi sento di dire che non sono sole e non devono vergognarsi di ciò che hanno subito. La voce di tutte noi deve alzarsi forte fino a far tremare di vergogna e paura chi oserà solo pensare che una donna è un oggetto da possedere a proprio piacimento.

La terza parte è quella più “diversa” dal resto del libro: ci sono racconti leggeri, racconti in cui si ride… Eppure è la parte più “donna”, perché ognuna di noi è fatta da mille sfaccettature. Mi pare più che azzeccata la scelta di mettere questa parte a conclusione del libro: tu sei una donna, una figlia, una nipote, una madre, una sorella… e nel tuo libro appaiono tutte le tue mille sfaccettature e si torna un po’ alla parte iniziale: noi siamo chi siamo, grazie al nostro passato e al passato dei nostri avi.

La terza parte, come hai perfettamente colto, mette in luce le mille Daniela che abitano in me. Non credo che si possa parlare di patologia, ma di consapevolezza che ognuno di noi è tanto altro, oltre a ciò che appare. E le tante donne protagoniste di questi racconti sono espressione di ciò che io, ma ognuno di noi, ha ricevuto in regalo dall’incontro con l’altro. Io sono tutte quelle sfaccettature, e molte altre, perché in ognuna di esse ci sono tracce delle persone che hanno attraversato la mia vita, formandomi. Ogni incontro mi ha insegnato il piacere di ridere, soffrire, interrogarmi, guardare la realtà da altri punti di vista… Se non avessi incontrato quelle persone, io oggi non sarei ciò che sono.

Nel libro ci sono molte belle illustrazioni e tu dici di essere appassionata di fotografia: da dove vengono quelle foto?

Le foto, purtroppo in bianco e nero per necessità editoriali, sono state scattate da mio marito. Le originali sono bellissime e arricchiscono il testo narrativo. Amo particolarmente la composizione dell’apertura del libro, quella che raccoglie le foto di tutti i miei antenati e della famiglia che io e mio marito abbiamo formato. Tutte le foto sono legate da un sottile filo di spago, il filo che unisce, per misteriose coincidenze, la vita delle persone.

Spesso gli esami universitari iniziano con un argomento a piacere. Io invece, voglio chiudere questa intervista con te con un argomento a piacere: parla di qualcosa del tuo libro di cui non ti ho chiesto, o che per te è importante da dire.

Agli esami sono sempre caduta sulla domanda a piacere! È difficile dirti di cosa vorrei parlare. Le tue domande hanno tutte colto nel segno, portando alla luce gli aspetti salienti del libro. Pensandoci però, mi torna alla mente quando, durante una presentazione, la tua voce che si è rotta mentre leggevi un passo del racconto “Con gli occhi al cielo”. Amo quel racconto ma, fino a quel momento, non mi ero resa pienamente conto di quanto quelle parole fossero potenti. Spero, con ogni mio racconto, di essere stata capace di affermare a gran voce il mio pensiero e cioè che ognuno ha il diritto di vivere libero dal sopruso e dalla violenza. Libero di esprimere se stesso e di aprirsi al mondo e agli altri con fiducia, amore, comprensione e soprattutto riconoscenza.

Prima di concludere e salutarci, vuoi ringraziare qualcuno?

Oltre ai miei figli e a mio marito, devo assolutamente ringraziare Benedetto Tudino che ha creduto in me da subito e che mi ha motivata a scrivere ma, soprattutto, a far leggere quello che avevo da dire senza tenerlo chiuso in un cassetto. Inoltre, è grazie a lui che questo libro è stato pubblicato: mi ha messo in contatto con la casa editrice Argento Vivo.

E poi, un immenso grazie anche a Carlo Mariotti che io ho conosciuto come fotografo e invece ho scoperto essere un fantastico illustratore. La copertina di “Parole che non bastano” è una sua illustrazione di cui mi sono innamorata: un vero e proprio colpo di fulmine!

E infine, grazie a chi ha letto e a chi leggerà il mio libro.

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