Intervista a Stefano Virgili: musicista, produttore e autore
Oggi vi presentiamo Stefano Virgili: musicista italiano che vive in Scozia già da qualche anno. Vogliamo raccontarvi il suo progetto musicale. Anzi, vogliamo che sia proprio lui a raccontarlo.

Ciao Stefano, partiamo dall’inizio con qualche piccolo accenno sulla tua vita personale. Sei nato a Roma e cresciuto a Riano (in provincia di Roma). Ti sei sposato, hai avuto una figlia e poi hai deciso di trasferirti all’estero: in Scozia. Cosa ti ha spinto (o meglio, motivato) a prendere questa decisione di trasferirvi all’estero?
A dirla tutta io, sin dai primissimi anni di università, ho avuto il pallino per l’estero e avrei tanto voluto fare la specialistica a Tromso (in Norvegia) ma purtroppo all’epoca questo sogno non si concretizzò.
Post-università, per alcuni anni, abbiamo avuto un punto di vendita e assistenza informatica che andò piuttosto bene, ma che, causa una forte pressione fiscale unita ad un’economia non propriamente fiorente, iniziò a rallentare. Dopo alcuni mesi di rallentamento, prima che gli incassi iniziassero seriamente ad essere inferiori alle spese, decidemmo di chiudere.
Da quel giorno, spesi all’incirca 3 mesi facendo ricerche su ricerche per un’eventuale papabile alternativa al Belpaese. Il risultato di quello studio fu una lista di 3 possibili destinazioni, al cui primo posto c’era Edimburgo.
Il vero motivo dietro la scelta? Cercare di garantire un futuro per nostra figlia che, all’epoca della mia partenza, aveva 7 mesi.
Ogni sacrificio fatto negli scorsi 11 anni è stato fatto con il solo scopo di garantire un futuro migliore ai nostri figli.

Il tuo primo album (potremmo definirlo un “concept album”) è “The Ballad of the Expat” che, come si intuisce dal titolo, parla della tua esperienza di Expat (cioè di persona che vive al di fuori della propria patria). Raccontaci qualcosa di questo album.
L’album non nasce per raccontare la nostra storia, ma la storia di tutti gli expat sparsi per il mondo.
Perchè, anche se sembra strano, le esperienze che accomunano gli expat, indipendentemente dalla nazione di origine o quella che si è scelto, sono veramente simili.
Le difficoltà del re-iniziare, l’ansia e lo stress, lo spettro constante dell’insuccesso, l’essere da soli, ma anche le soddisfazioni del traguardo, del successo ottenuto senza l’aiuto di nessuno, il riscoprirsi e il rendersi conto che dentro di noi tutti abbiamo una forza ed una tenacia che non sapevamo di avere e che, nel corso degli anni ci ha cambiato e ci ha resi profondamente diversi dalla persona che eravamo quando ci siamo lasciati casa alle spalle.
“The Ballad of the Expat” è questo: un concept album che parla del viaggio, del reinventarsi e della gioia di essere arrivati alla fine del tunnel.
Tutto questo e anche un pizzico di amore per una terra, quella scozzese, che così calorosamente ci ha accolti.

La tua musica ha un che di onirico, ma con alcuni richiami a un rock malinconico. È un qualcosa di originale, ma che, allo stesso tempo, ti fa sentire a casa. C’è stato qualche artista (o album) a cui ti sei ispirato per questo progetto?
Vengo da un lunghissimo passato progressive, ma per questo album scritto alla soglia dei 40 anni, avevo deciso di “rallentare”: meno chitarra distorta, meno batteria, più pianoforte e parole.
Se proprio devo nominare qualcuno che penso abbia inspirato l’album, io direi l’album “Rapid Eye Movement” dei Riverside, ma anche ad i brani di artisti del Belpaese come Fabrizio De Andrè o Samuele Bersani.
Tuttavia, ad essere sincero, il progetto “The Ballad of the Expat” è un album che non segue uno stile ben definito ed è in continua evoluzione.
L’intero progetto è stato studiato attorno ad un totale di 8/9 tracce ed ognuna è legata ad un particolare momento della nostra vita e, in quanto tale, ha atmosfere diverse.
Se ascolti “Free Fall” e poi ascolti la title track, sembrano essere canzoni che non fanno parte dello stesso album, visto quanto sono diverse in termini di stile, composizione e arrangiamenti. E così è per tutti gli altri brani.
L’ultimo “The Onion and the Garlic” che uscirà su tutte le piattaforme il 29 Agosto, è quasi tutto elettronico e, a tratti, con una sezione ritmica reggae.
“For Scotland“, il brano che chiude l’album, (e che lo chiuderà anche quando gli ultimi brani saranno pronti), è un brano indie folk, ed è l’unico in tutto l’album.
Diciamo che, essendo un artista indipendente, posso permettermi una totale libertà di espressione.
“The Ballad of the Expat” nasce per mettere in musica la nostra storia come expat e far sì che un giorno, questa storia possa essere condivisa con i nostri figli e i figli di tutti gli expat sparsi per il mondo.

Come, e quando, è nata la tua passione per la musica? C’è stato un momento preciso in cui tu hai sentito “scoccare la scintilla”?
Entrare in banda come “tamburino” con nonno Mario, quando avevo 9 anni. Io al tamburo, lui ai piatti e Pericle alla cassa. Loro anziani e io bambino giocherellone che, quando si andava a suonare in divisa, mettevo i giornali appallottolati nel capello perché non ce n’era uno piccolo abbastanza per me.
Sbattere le bacchette su quella pelle sintetica, a tempo di musica, aveva un qualcosa di magico e, spesso, mi ritrovavo a “fare troppo”, come diceva il caro maestro Franco, che all’epoca dirigeva la banda.
Ricordi che sembrano far parte di un’altra vita. Una vita lontana anni luce da quella di oggi.
Piccoli momenti che hanno accesso una passione che dura da più di 30 anni.
Mi diverte sempre fare una domanda su un argomento a piacere. Un po’ come si faceva all’università. Parlaci di un qualsiasi argomento a cui tu tieni in modo particolare. Senza freni.
Così su due piedi, mi viene in mente una frase tratta dal film “The Founder” con Michael Keaton.
Nothing in this world can take the place of persistence. Talent will not; nothing is more common than unsuccessful men with talent. Genius will not; unrewarded genius is practically a cliché. Education will not; the world is full of educated derelicts. Persistence and determination alone are omnipotent.”
Che, tradotta nella lingua di Dante, significa:
“Nulla in questo mondo può prendere il posto della persistenza.
Il solo talento non può farlo. Nulla è più comune di uomini talentuosi, ma senza successo.
Il solo genio non può farlo. Il genio non riconosciuto/premiato è praticamente una banalità.
Lo studio non può farlo. Il mondo è pieno di poveracci acculturati.
La persistenza e la determinazione da soli sono onnipotenti.”
E io non penso che esista un qualcosa di più vero in questo mondo.
In questi 11 anni da emigrato, abbiamo spinto, faticato, lavorato senza soluzione di continuità, ottenendo risultati che mai avremmo creduto, nè sperato.
In Abruzzo c’è un modo di dire: “E daje e daje pure la cipolla diventa aje” (e dai e dai pure la cipolla diventa aglio), ed è esattamente la stessa cosa che viene citata da Michael Keaton. Se ti impegni e ce la metti tutta, puoi ottenere tutto.
Ed è proprio sulla base di questo modo di dire che ho scritto “The Onion and the Garlic” (da qui il titolo infatti).
I traguardi non si raggiungono nell’arco di una giornata, ma vanno sudati e richiedono tutto l’impegno possibile. Col finto successo che si vede sui social media, questo oggi penso ce lo siamo dimenticati e, ogni tanto è bene ricordarselo. Almeno secondo me.
L’ultima domanda è d’obbligo: quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai già lavorando al tuo prossimo album?
Come ho già detto, “The Ballad of the Expat” non è ancora finito del tutto.
Finora sono arrivato a 6 brani, di cui l’ultimo, “The Onion and the Garlic”, è in uscita il 29 Agosto, ma non sono ancora arrivato alla fine.
Mi mancano ancora 2-3 brani che spero di ultimare entro la fine del 2026.
Una volta pubblicati, il piano è di ripubblicare il tutto sotto il nome di “The (Extended) Ballad of the Expat”, ed iniziare a presentare il progetto live e, forse, scrivere un libro che andrà poi ad accompagnare il disco. Sky is the limit!

Grazie Stefano per averci fatto compagnia e per averci parlato di questo tuo stupendo progetto. Ti aspettiamo il 29 Agosto con il singolo “The Onion and the Garlic”
Grazie a te per lo spazio e la chiacchierata.
Ad majora!
Ste
Se volete seguire Stefano Virgili
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